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Renzo Arbore “…my American way”

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“…my American way” è il titolo dell’ultima “malefatta” di Renzo Arbore. Un nuovo album che mostra in pieno il lato crooner dell’artista: 15 canzoni, quelle con la “C” maiuscola, che rappresentano i brani della “memoria”, secondo l’insindacabile giudizio di Arbore. Gli americani le chiamano “evergreen” perchè sono brani destinati ad essere adottati, personalizzati e riletti nel tempo, come accade nel jazz che vive di un repertorio “senza tempo”.

“Le “mie” canzoni, vista l’età (…la mia) sono tante”, afferma Renzo Arbore, “vanno da quelle napoletane (che ho “riletto” tante volte) a quelle americane, messicane, francesi, cubane e a certe italiane. A proposito di quest’ultime, mi sento di poter affermare (anche come dj radiofonico della prima ora), che oltre alle canzoni napoletane, tipicamente “made in Italy”, sono molto affascinanti anche le ballad italiane scritte da nostri compositori che mescolavano la passione per il jazz, la grande musica americana, insieme alla vena melodiosa e sentimentale tipicamente italiana. Tra i tanti vorrei ricordare Domenico Modugno, Tony Renis, Cesare Andrea Bixio, Carlo Alberto Rossi, Pino Massara, Redi ai quali ho voluto rendere omaggio in questo disco inserendo alcune canzoni “preferite”, con la complicità dei miei “Swing Maniacs”.

C’era un tempo in cui gli americani attingevano al repertorio italiano, basta ricordare due giganti come Nat King Cole con “Non dimenticar” e “Signorina Capuccina”; Frank Sinatra con “Luna Rossa” e “Anema e core”. Oggi il fenomeno potrebbe ripetersi riscoprendo i brani di questo album: la mia “mission”, infatti, è quella di far conoscere internazionalmente la bellezza, sinora meno nota o meno celebrata, di queste canzoni.

Nel disco ci sono i miei amici “Arboriginals” (prendendo spunto dal mio cognome): talenti eclettici e generosi, uniti dalla grande passione per le canzoni e per le “canzonette” che non sono “cerebrali”, “sofisticate” ma che hanno invece una grande qualità, vero segreto dell’Arte (fors’anche piccola ma vera): essere cioè frutto di un’autentica, emozionante ISPIRAZIONE.

Ventitre anni fa, quando fondai “L’Orchestra Italiana”, musicalmente a Napoli c’era di tutto: musica etnica, sperimentale, qualche grande cantautore (Pino Daniele in primis, ultimo grande autore di canzoni partenopee), molte canzonette periferiche spacciate per popolari, artisti alle prese con quello che ancora veniva chiamato “folk”, musica moderna cantata in napoletano.

A distanza di tempo da questa mia “invenzione” sono sempre più contento perché il repertorio inciso comprende canzoni “a lunga durata”.

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